Come scrivere un libro valido e pubblicarlo? Innanzitutto è meglio lasciar perdere l’idea di un vademecum e di rigidi schemi d’azione.
In questa pagina ci limiteremo a consigli accessori che non mettono in discussione l’ispirazione, le velleità e le modalità espressive di chi vuole esprimersi attraverso un’opera. Non ci sono regole, né dovrebbero essere prese in considerazione.
Chi scrive lo fa assecondando sensibilità e finalità soggettive, mette per iscritto i propri pensieri, i propri sogni, la sua fantasia o la sua visione del mondo, e lo fa come meglio crede. Per alcuni risulta più facile partire da un’idea strutturale chiara e definita (la famigerata scaletta), per altri è più congeniale lasciar fluire le parole liberamente e senza un piano preciso. C’è chi usa ancora carta e penna, chi preferisce applicazioni professionali di scrittura. Chi si confronta e si aiuta con altri testi, chi si isola proteggendo la sua originalità. Qualcuno si allena, studia e organizza, altri giocano di puro istinto…
Tutto è lecito, basta tenere a mente che oltre all’ispirazione e al gusto personale esiste una forma oggettiva cui tendere: l’italiano, la scienza del leggere e scrivere (la grammatica) con l’insieme delle regole che danno valore e rilevanza al codice semiotico deputato alla comunicazione e alla narrazione.
Che vogliate produrre cinque tomoni di materiale specialistico, un romanzo d’evasione o un breve racconto, ragionate sempre sulla natura generale del vostro lavoro. State producendo testo, dal latino textus (tessuto): un sistema coerente e organico di fili, in cui devono essere chiari, dunque rivelati, un contenuto, un ordito (il modo in cui i fili sono intrecciati) e una trama (l’ordine strutturale dell’opera, la linea di svolgimento dei fatti più importanti, la fabula).

In quanto creatori del testo siete emittenti, coloro che emettono, irradiano o diffondono un messaggio. Tale messaggio va inserito in un contesto specifico e deve orientarsi con profitto al destinatario (l’amante a cui si scrive la lettera d’amore, il professore che legge il tema o il pubblico potenzialmente infinito del vostro prossimo capolavoro editoriale). Sembra banale, ma non lo è: la volontà di pubblicazione implica un confronto con determinate aspettative. Bisogna mediare la propria espressività attraverso consuetudini e norme generali, nello stesso modo in cui regoliamo i nostri comportamenti in pubblico e li adattiamo in base alle circostanze. Ci vuole umiltà, ma anche consapevolezza, un po’ di intuito e tanta sensibilità.
Il contenuto ha quasi sempre vincoli di espressione e logica: deve essere coerente, coeso e soprattutto chiaro (anche nel caso di un giallo o di un romanzo fantastico in cui si sceglie di confondere il lettore, oppure di un’opera sperimentale, dove l’assenza di chiarezza dev’essere chiara almeno esteticamente).
Dal punto di vista formale, bisogna rispettare i rapporti grammaticali e la connessione sintattica. Dal punto di vista del significato, è necessario curare l’aspetto logico del discorso (stare attenti che i contenuti espressi siano inequivocabili, culturalmente verosimili, storicamente e contestualmente pertinenti), quindi preoccuparsi che ogni periodo sia intelligibile, rivelante e sgombro da ambiguità o pecche concettuali, ma soprattutto che le varie parti della trama non siano in contraddizione tra loro. Sarebbe anche bene accordare l’espressione del racconto a un determinato stile più o meno riconoscibile, adatto a quanto si esprime e personale.
Periodi brevi suggeriscono velocità, nervosismo, apprensione, confusione o distacco. Affilano e, in casi estremi, appiattiscono il tenore della narrazione. Periodi lunghi e intricati sono adatti a ritmi blandi e respiri ampi. Danno profondità o, per contro, pesantezza.
Il lessico è il cuore della scrittura. Da esso dipendono morfologia, sintassi, ritmo ed effetto dello scritto. Quando raccontiamo o descriviamo dobbiamo rispettare alcuni requisiti che rendono il testo accettabile, comprensibile, efficace e godibile. Bisogna scegliere bene le parole, sfruttare il vocabolario, evitare termini sciatti o poco pertinenti. Sinonimi, parafrasi e sineddoche servono innanzitutto a evitare ripetizioni (invece di “disse” si può, per esempio, caratterizzare il predicato: “replicò”, “esordì”, “sussurrò”, “gridò”, “spiegò”…), ma anche a definire con maggiore precisione ciò di cui si scrive. Ciò non vuol dire che le ripetizioni siano da evitare a priori: molte volte è meglio scrivere due volte una parola uguale nella stessa frase che affidarsi a goffi sinonimi o a ineleganti e trite perifrasi.
Il ritmo, come detto, dipende dal lessico, ma anche dalla punteggiatura. La potenza drammatica e la tensione attrattiva del testo è spesso legata al tempo che imprimiamo alle frasi, al modo in cui le proposizioni vengono costruite, associate od opposte. Una virgola in più può appesantire un periodo. Un punto messo nel posto sbagliato annullare il pathos di una costruzione lessicale. Ci sono delle pause essenziali, altre inutili.
Lo scrittore deve saper dominare il tempo del proprio stile. Deve capire quando c’è bisogno di rallentare, quando di andare forte. E preoccuparsi che la punteggiatura assecondi perfettamente tale disegno (rispettando i canoni storici suggeriti della grammatica). L’ideale sarebbe quello di utilizzare tutti i simboli di punteggiatura offerti dalla lingua: anche i due punti (come in questo caso) e il punto e virgola (che sfortunatamente sembra essere caduto in disuso).
Riflettere sulla propria produzione e riesaminare ciò che si è scritto non equivale a un’autocensura. Per creare un testo valido c’è bisogno di ritegno e coraggio, ragione e istinto, emozione e distacco. Occorre mettersi in gioco: ascoltare gli altri, ma senza subire le aspettative del pubblico e del mercato; tendere all’ideale estetico, senza esserne succube; lasciarsi stimolare dalla critica, senza perdere l’anima o il gusto di quanto si sta facendo. Ogni stimolo può donare input positivi. Ma anche cattivi consigli o inoculare virus dannosi.
Scrivere non è parlare, né riflettere: è qualcosa in più. Joseph Conrad diceva che scrivere è mostrare… Non semplicemente descrivere o rendere noto, ma mostrare, nel senso di avvertire, far sapere, ricordare e pensare (la radice latina del verbo -mon è relativa al pensiero). Assemblare con adeguata visione e prospettiva fatti o nozioni da cui sorgerà o si rileverà il senso ultimo e profondo dell’opera.

La prima stesura è il materiale grezzo da cui partire per dare slancio al lavoro. Bisogna a ogni passaggio confrontare il risultato concreto con la concezione iniziale, tagliare, riformulare, cambiare, riscrivere, ampliare o rivoluzionare. Non bisogna affezionarsi troppo a ciò che si è scritto, né pensare che i periodi da scartare rappresentino una sconfitta. Per dare forma a qualsiasi oggetto c’è bisogno di smussare e limare.
Consigli di scrittura di Psocoidea
Il superfluo è sempre sacrificabile, ma le parti che scompaiono sono fondamentali per l’effetto finale. Il problema è dunque capire cosa serve e cosa no. La scrittura ha anche a che fare con l’economia. Ciò che non crea profitto (non aggiunge informazioni fondamentali, non dona note o sfumature essenziali all’esplicazione del contenuto, non aiuta lo sviluppo della trama e non supporta l’effetto desiderato…) deve essere eliminato. Non c’è bisogno di dire tutto (molti romanzi e racconti funzionano proprio per il mistero o per le zone d’ombra), ma di sicuro non è mai consigliabile dire troppo.
Fondamentale è leggere, preferibilmente su carta, prima a bassa voce, poi ad alta, per sentire le parole, rendere la storia viva e sensibilmente risonante… Per scrivere bisogna leggere, una, due, cento volte. Perché, come diceva Manzoni, la buona scrittura sta proprio nel “pensarci su”, nel lavoro di fino, nella revisione, che parte sempre dall’analisi di quanto prodotto. Meglio ancora delegare la lettura a qualcun altro, sia uno specialista o un semplice amico. La mente è vittima di facili automatismi, legge senza leggere quando è abituata al contenuto, e il cuore si affeziona, non è disposto ad ammettere difetti o errori. Uno sguardo esterno può aiutare a scovare incongruenze, punti morti, refusi e difetti.
Dal punto di vista tecnico, gli autori o aspiranti tali sono agevolati da vari software di scrittura. Word e simili (tra cui i gratuiti OpenOffice e LibreOffice) sono largamente diffusi e facilmente utilizzabili. Permettono una prima impaginazione e un lavoro di correzione abbastanza fluido. La correzione automatica può essere un valido alleato per i refusi ortografici macroscopici, ma mai fidarsi del tutto dei suggerimenti dello strumento, specie in contesto grammaticale, dato che lo strumento automatizzato non rileva tutti gli errori e insiste con particolare intransigenza su alcune soluzioni lessicali tollerabili o fraintendibili.
Un editor di scrittura strutturata è Scrivener (con i corrispettivi Text Maker e Quip e le app per Android Lume, Fortelling o lo stesso Google Docs per la portabilità), ottimo per chi pensa già a un libro digitale o chi pretende funzioni grafiche e gestionali più ricche. Ci sono poi app per catturare l’ispirazione e fissare appunti anche sul telefono: i cosiddetti strumenti di second brain. Per i più precisi o per i lavori professionali consigliamo gli intramontabili InDesign, QuarkXpress e il gratuito Scribus e Affinity Publisher, il concorrente senza costo di InDesign.
Per progettare e-book, in formato e-Pub, i programmi di riferimento sono Sigil e Vellum. Un’alternativa smart è rappresentata da Calibre, che converte vari formati e permette di costruire una biblioteca di libri elettronici. Per la formattazione del manoscritto: conviene optate per un’interlinea tra 1.15 e 1.5 per favorire la leggibilità. Il testo va giustificato, avendo cura di impostare il rientro del paragrafo (evitando l’uso manuale di spazi o Tab). Per il carattere, affidatevi ai classici della leggibilità come il Garamond, il Palatino o l’intramontabile Times New Roman.
Ricordate: la formattazione è l’abito del vostro testo. Un manoscritto pulito e rispettoso degli standard editoriali è il primo passo per essere presi sul serio da un editore.

Già, gli editori… Come approcciarli? Di base è essenziale scegliere bene, rivolgersi a chi potrebbe essere interessato a quanto si è scritto. Visitare i siti delle case editrici, cercare opinioni sul web, può essere davvero istruttivo. Bisogna poi capire se accettano inediti e in quale forma (anche se ormai quasi nessuna casa editrice, tranne rarissime eccezioni “storiche”, vuole il cartaceo per il primo contatto).
Il mercato editoriale è una foresta di insidie e porte chiuse. Molti autori sprecano anni inviando manoscritti a case editrici che non pubblicano il loro genere o che non accettano inediti.
Psocoidea potrebbe essere la vostra bussola. Come agenzia letteraria, facciamo da filtro e da ponte: leggiamo le vostre proposte, forniamo una scheda di valutazione tecnica (senza costi iniziali per l’autore) e, se il progetto è solido, lo trasformiamo in una proposta editoriale che redattori ed editori non possano ignorare.
Non facciamo promesse vuote: lavoriamo sulla vostra voce autoriale per trovare la casa editrice corretta, evitando le trappole dell’editoria a pagamento e puntando solo al mercato che conta.
Attraverso i nostri canali social, esploriamo l’ecosistema della parola: un viaggio tra estetica, narratologia e l’arte di abitare la pagina. Condividiamo riflessioni e strumenti per trasformare la scrittura in un lavoro consapevole: dai meccanismi della narratologia alle tecniche per una comunicazione efficace e coinvolgente.
